Viviamo in un tempo in cui scrivere può voler dire anche dialogare con un’intelligenza artificiale, chiedere suggerimenti a un algoritmo, farsi accompagnare da una macchina nei meandri della creatività.
Eppure, mentre il mondo della scrittura evolve, io torno spesso a una domanda:
Si scrive prima con la testa o con la mano?
E da lì, inevitabilmente, il pensiero va a mio padre.
Mio padre ha scritto per tutta la vita. No, nessun romanzo ma articoli per i giornali, lettere, appunti, riflessioni, qualche saggio. Leggeva, sottolineava, annotava. Ogni libro che ha letto è diventato un campo di battaglia segnato da righe colorate.
Non solo: riempiva di sottolineature anche gli articoli dei tre quotidiani che leggeva. Il suo modo di entrare nelle parole era fisico. Sottolineava tutto, anche i libretti di istruzione, le guide turistiche, le scatole dei medicinali. Sottolineava quello che scriveva egli stesso, sottolineava le proprie sottolineature!
Negli ultimi mesi, quando la mente si stava sgretolando, quando non riusciva più a seguire il filo dei discorsi, continuava comunque a scrivere a mano e infine a sottolineare. Anche senza capire più bene. Anche senza leggere davvero.
Quel gesto — semplice, ostinato, quasi solenne — era rimasto.
La mano ricordava ciò che la mente aveva dimenticato, tanto che una delle ultime cose che mi ha detto, indicando la libreria, è stata una frase in dialetto, che in italiano suonerebbe così: “guarda quanti libri ho sottolineato”.
Ma oggi, nel 2025, la scrittura sta cambiando.
Ci sono strumenti — come l’intelligenza artificiale — che promettono di aiutarci a scrivere meglio, più in fretta, a trovare “le parole giuste” anche quando ci sfuggono. E spesso lo fanno davvero.
Eppure, davanti al gesto di mio padre che sottolinea anche quando la mente non riesce più a seguire, mi domando: Cosa può sapere una macchina di un gesto così?
L’intelligenza artificiale può generare testi coerenti, proporre strutture, perfino imitare uno stile. Ma non può desiderare, non può ricordare con le mani, non può amare le parole senza più capirle. Non può apprezzare la bellezza del gesto, l’invisibile filo che lega la mente alla mano.
Bellissima riflessione. Mi rivedo perfettamente nel gesto di tuo padre: anche i miei libri ( di qualsiasi genere) sono sottolineati e hanno annotazioni ai margini. Per me è una forma di amore verso il libro: è come un abbraccio, una carezza, per riconoscere sia lo scrittore sia l’unicità del libro.
Quanto alla scrittura manuale penso che sia un gesto importantissimo che tiene in connessione la mente e il corpo. Purtroppo si sta perdendo e se ne vedono le conseguenze.
come ho detto da qualche parte, un giorno si salveranno quelli capaci di scrivere a mano 🙂