Questo lavoro ha un privilegio che pochi mestieri possono vantare: ti mette di fronte a un mondo straordinariamente variegato di persone. Sognatori, visionari, timidi con un universo dentro, caratteri impossibili con idee meravigliose, e viceversa. Quando pensi di aver visto tutto, arriva sempre la sorpresa, qualcosa che ti stupisce, e non sempre in senso positivo.
Uno degli ultimi a contattarmi per la scrittura di un romanzo era convinto di avere tra le mani un’idea formidabile. Esitava perfino a parlarne, timoroso che gli rubassi l’idea. Un’idea che avrebbe spaccato, parole sue. Ci avrebbero girato pure un film, era sicuro. Già a quel punto avrei dovuto capire con chi avevo a che fare. Ma a me piace andare in profondità, sospendere il giudizio, verificare se la prima impressione mi stia ingannando, vedere fino a dove una persona può arrivare. È una forma di rispetto, oltre che di curiosità professionale.
Ecco, lui voleva che gli scrivessi questo capolavoro ma non voleva darmi informazioni, o meglio, le centellinava, voleva proseguire capitolo per capitolo.
Ebbene, per farla breve, il film non si è girato. E il romanzo nemmeno.
Il motivo? Il prezzo. Che lui ha scoperto essere troppo elevato solo dopo decine e decine di email, nonostante io glielo avessi specificato con chiarezza fin dal primo messaggio. A quel punto, invece di salutarmi e andare, ha avuto quella che evidentemente gli è sembrata un’idea brillante.
«E se invece lo pubblicasse a nome suo, dicendo che è una mia idea?»
Ho impiegato qualche secondo a essere sicuro di aver letto bene.
«Scusi, perché dovrei scriverlo e pubblicarlo a nome mio? Con il mio nome scrivo quello che mi piace».
«Ma poi potremmo fare a metà con i diritti».
«Senta, con i diritti che si percepirebbero da un romanzo d’esordio, è tanto se ci mangiamo una pizza».
«Perché, crede che la mia idea non sia originale?»
Sono seguite altre mail. Poi altre ancora. Un fiume in piena di messaggi che giravano sempre intorno allo stesso punto. Quello che mi risultava incomprensibile era proprio la sua richiesta/pretesa: «Io ti cedo l’idea, tu la scrivi, poi facciamo a metà».
Mi sono divertito a spiegargli che la sua idea, il suo soggetto non era per niente originale, anzi, di una banalità estrema. Fino a quando, con tutta la pazienza che mi rimaneva e un saluto cortese, anche lui è stato spedito in quel paese lassù, tra le montagne impervie e i gineprai, in compagnia dei suoi simili. Dove, a quanto pare, si trovano tutti benissimo.
La morale, se ce n’è una, è semplice. Il ghostwriter scrive per te, nell’ombra, cedendoti anche la paternità di quello che ha creato. È già tanto. Non puoi chiedergli di regalarti anche il nome.