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Una notte insonne, un romanzo da salvare

Ieri sera mi sono addormentato tardi. Più tardi del solito, molto più tardi. A dire il vero è sempre così, ma ieri ho esagerato.
Sono stato al telefono con un autore, uno con cui ho condiviso mesi di lavoro intenso, fatto di editing, correzioni di bozze, capitoli aggiunti e tolti, parole pesate una ad una. Uno di quei percorsi in cui tra autore ed editor nasce qualcosa di simile alla complicità. Alla fine, insieme, avevamo messo il punto finale. Quel punto che, per chi scrive, dovrebbe essere sacro.
Poi è successo qualcosa.
Lui aveva fretta di pubblicare, una fretta comprensibile, umana, dopo mesi di fatica. Così, invece di percorrere la strada tradizionale con le case editrici che gli avevo suggerito, e attendere con pazienza (perché ne sono sicuro, prima o poi un editore avrebbe apprezzato il suo romanzo), ha scelto una casa editrice ibrida: paghi un forfait, e loro si occupano di tutto (ISBN, deposito legale, impaginazione, copertina). Un pacchetto completo. Tutto, tranne la correzione di bozze. In sostanza, un self publishing evoluto.
Chiunque abbia mai scritto un libro capisce quel momento: quando finalmente senti che il tuo lavoro diventerà reale, che quelle pagine usciranno dal cassetto e troveranno, forse, i lettori, qualcosa si accende dentro. Un’energia nuova, quasi euforica. Ed è proprio in quel momento che lui ha deciso di rimetterci le mani. Rivedere, aggiungere, migliorare ancora. Dare al romanzo, già finito, già corretto, un’ultima mano di lucentezza, che spesso si traduce in una patina opaca e mal distribuita.
Il problema è che non se la sentiva di disturbarmi.
«Avevamo già lavorato tanto insieme”, aveva pensato. “Non volevo romperti le scatole, mi sembrava di averti chiesto già troppo».
Una forma di riguardo, di pudore, persino di affetto: lo capisco. Ma quella considerazione, paradossalmente, gli si è rivoltata contro.
Si è affidato all’intelligenza artificiale per aggiungere, togliere, modificare. Forse cercava una lingua più levigata, forse inseguiva qualcosa che non riusciva a nominare. Può anche essere che abbia avuto dei ripensamenti e non fosse stato del tutto contento del risultato che avevamo raggiunto.
Il fatto è che ha compiuto un vero disastro: decine e decine di errori, refusi, incongruenze, passaggi che non tornano. Un testo consegnato alla casa editrice che non era più, o non era ancora, un romanzo finito.
Gli sono arrivate le bozze per il visto si stampi ed è rabbrividito. Ha dovuto fermare tutto. Chiamare l’editore, spiegare, chiedere una correzione di bozze straordinaria e pagata salata. Che l’editore ovviamente ha eseguito, anche lui con qualche sistema di intelligenza artificiale. Con risultati, inutile dirlo, non proprio rassicuranti.

Da questa storia, lunga quanto una notte insonne, si possono ricavare almeno due lezioni.

La prima riguarda il rapporto tra autore ed editor. Quando si arriva insieme al punto finale, quel punto è un patto. Non puoi tornare indietro da solo, riscrivere in silenzio, senza dirlo a nessuno. E soprattutto: se senti che qualcosa vuoi aggiungere, cambiare, migliorare, parla. Chiedi. Non aver paura di disturbare. Un editor che ha lavorato mesi con te non si disturba. Anzi, preferisce mille volte ricevere una telefonata in più che ritrovarsi a gestire un’emergenza a notte fonda.
La seconda lezione riguarda l’intelligenza artificiale. Non si tratta di demonizzarla: può essere uno strumento prezioso in molte fasi del lavoro creativo. Ma questa storia è la dimostrazione concreta che l’AI non è infallibile, che non vede tutto, che non coglie il ritmo di una frase, la coerenza di un personaggio, il refuso nascosto in una riga apparentemente innocua. Ci vuole un occhio umano. Sempre.

Alla fine, credo che l’autore andrà avanti. Il romanzo uscirà, magari con qualche imperfezione che nessuno noterà tranne lui. Ma quella telefonata a notte fonda, quella voce stanca e dispiaciuta dall’altro capo, resterà come promemoria che scrivere un libro è una cosa seria, e che certi dubbi, certi entusiasmi, certi ripensamenti dell’ultimo momento vanno sempre condivisi con il proprio editor. Anche se sembra di disturbare. Anzi, soprattutto allora.

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