Mano che scrive su un foglio con un pennino
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Il Salone del Libro e la scrittura che cambia: una penna che pesa troppo

Tra un firmacopie affollato, un brindisi improvvisato tra i corridoi, incontri con autori, dibattiti e l’inevitabile giro tra gli stand, al Salone Internazionale del Libro di Torino c’è sempre qualcosa che ti sorprende. Quest’anno, però, non è stata una novità editoriale o un nome altisonante a colpirmi. È stato un piccolo stand, quello dell’Officina della Scrittura, e una grande voce: quella di una maestra con quarant’anni di esperienza.

Mi sono fermato ad ascoltarla mentre raccontava come, in quattro decenni di insegnamento, il mestiere di educare alla scrittura sia radicalmente cambiato.
“Una volta insegnavamo tutte le grafie — corsivo, stampatello maiuscolo e minuscolo — ora i bambini imparano solo lo stampatello.”
Una constatazione che può sembrare banale, ma che nasconde un mutamento profondo. La maestra parlava con una certa amarezza, non per nostalgia, ma per consapevolezza.
“I ragazzini non sono più in grado di tenere in mano la penna,” ha aggiunto, “manca loro proprio la muscolatura tra indice e pollice.”

Una frase che mi è rimasta addosso. È come se avesse disegnato con parole semplici un mondo che si sta disfacendo lentamente: quello del gesto, della mano, del tratto che si fa pensiero.

Eppure, proprio mentre ascoltavo quelle parole, nella tasca della mia giacca avevo una nuova compagna: una penna stilografica di alta qualità, ricevuta in regalo per il mio compleanno. Un oggetto bellissimo, preciso, elegante. La uso ogni mattina. Sì, scrivere con la tastiera è infinitamente più comodo, più veloce, e soprattutto più leggibile, persino da me stesso.

Non sono refrattario alle nuove tecnologie, né un amante della retrotopia. Non voglio tornare a un passato idealizzato. Ma mi interrogo. Mi chiedo se e quanto sia ancora utile insegnare e praticare il corsivo. Non ho una risposta definitiva. Leggo articoli di pedagogisti che ritengono che il corsivo sia fondamentale per lo sviluppo motorio e cognitivo: favorisce la coordinazione occhio-mano, rafforza la memoria, stimola aree del cervello collegate al linguaggio e alla creatività. Altri, invece, sostengono che si tratti di un retaggio superato, poco funzionale nell’era digitale, e che non valga più la pena investire tempo scolastico per insegnarlo.

Nel dubbio, io continuo a scrivere. Ogni mattina, appena sveglio, mi concedo qualche riga su un quaderno. Non mi importa se le frasi sono banali, se non resteranno. È un rito, quasi fisico, che voglio perpetuare. Un gesto lento che contrasta la velocità del mondo.

Quando ho lasciato lo stand dell’Officina ho avuto una visione — o forse uno spunto narrativo. Mi è venuta in mente l’idea per un romanzo distopico (che, ne sono certo, qualcuno avrà già scritto): in un futuro prossimo, un blackout totale e perpetuo spegne ogni forma di tecnologia. Solo chi sa ancora leggere un libro cartaceo e, soprattutto, scrivere a mano riesce a sopravvivere, a comunicare, a tramandare storie e sapere. Una nuova élite analogica, non per censo ma per gestualità.

Forse è anche questo il senso profondo del Salone del Libro: ricordarci che leggere e scrivere sono atti umani prima ancora che culturali. E che, in certi momenti, una penna può essere più rivoluzionaria di un touch screen.

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