Come pubblicare un libro con una casa editrice

Tutto quello che nessuno vi dice, e qualche cosa che forse preferireste non sapere.


Il grande ecosistema editoriale: chi è chi

Prima di mandare il vostro manoscritto in giro per il mondo, è bene capire che non tutte le case editrici sono uguali. Anzi, sono bestie piuttosto diverse tra loro — alcune si nutrono di manoscritti, altre di portafogli.

Stamperie

Stamperanno il vostro libro con gioia — purché paghi tu. Tecnicamente non sono case editrici: sono tipografie con l’account Instagram. Nessuna selezione, nessun editing. Solo carta e inchiostro in cambio di denaro.

Case editrici a pagamento

Spesso camuffate da “editori veri”, chiedono all’autore di contribuire ai costi. Lecito sulla carta, ma se paghi tu per pubblicare, stai di fatto auto-pubblicandoti con intermediario. Meglio saperlo prima.

EAP (Editoria a pagamento)

La versione più discussa del precedente. Promettono distribuzione, promozione, visibilità. Raramente mantengono. Nel mondo degli addetti ai lavori non godono di ottima reputazione — e la reputazione, nell’editoria, conta moltissimo.

Piccole case editrici

Le più coraggiose dell’ecosistema. Pubblicano per passione, cercano voci nuove, rischiano sugli esordienti. Sono il luogo dove nasce davvero la letteratura, lontano dai grandi bilanci e dalle logiche di mercato.

Case editrici medie

Un giusto equilibrio tra identità culturale e sostenibilità economica. Selezionano con cura, hanno una distribuzione decente e spesso un catalogo riconoscibile. Un buon traguardo realistico per un esordiente di qualità.

Grandi case editrici

Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, Rizzoli… I nomi che tutti conoscono. Ricevono migliaia di manoscritti ogni anno. Di più: ogni giorno. Leggerli tutti? Impossibile. Ma ci arriviamo tra poco.

Le grandi case editrici: un imbuto molto, molto stretto

I grandi editori italiani — e ancor più quelli internazionali — ricevono ogni anno un numero di manoscritti che fa tremare i polsi. Alcune case editrici dichiarano di riceverne tra 5.000 e 10.000 l’anno. Quelle medie qualcosa in meno. Quelle piccole si contano in centinaia. E quanti ne pubblicano? Qualche decina. La matematica è impietosa.

“Mandare un manoscritto non richiesto a un grande editore è come imbucarlo direttamente nel cestino. Con un passo intermedio.”

— parafrasi di un concetto caro a Umberto Eco

Umberto Eco — che di editoria se ne intendeva, avendo lavorato per anni alla Bompiani — era categorico sull’argomento: i grandi editori non leggono i manoscritti che arrivano per posta. Non possono farlo. Non hanno il tempo, non hanno le persone, non hanno l’interesse. Esiste uno o due lettori stipendiati per questo, destinati a produrre una scheda di rifiuto standardizzata. Fine.

L’agenzia letteraria: l’anticamera dell’anticamera

Se proprio volete tentare la strada dei grandi editori, esiste un percorso ufficiale: l’agenzia letteraria. Gli agenti letterari leggono, selezionano e propongono manoscritti agli editori. Hanno relazioni consolidate, conoscono i gusti delle singole case editrici, sanno a chi mandare cosa.
Il problema? Quasi tutte le agenzie serie chiedono un compenso per leggere il manoscritto — o una percentuale sul contratto, o entrambe le cose.

Nota: esiste una piccola categoria di autori per i quali le agenzie si battono senza chiedere nulla. Sono quelli con un talento talmente evidente da non richiedere spiegazioni. Rarissimi. Preziosissimi. Probabilmente già assediati da offerte.

Per tutti gli altri, c’è un’altra via per accedere ai grandi editori. Meno letteraria. Molto più… pratica. Bastano — scegli quello che preferisci:

  • Influencer da 5 milioni di follower
  • Calciatore di Serie A (anche B va bene)
  • Velina o showgirl nota
  • Cantante con almeno due dischi d’oro
  • Detenuto con omicidi multipli in famiglia
  • Sopravvissuto a tragedia mediatica di richiamo nazionale
  • Campione olimpico (sport preferibilmente telegenico)
  • Protagonista di reality con share superiore al 20%
  • (In tutti questi casi, il libro lo scrive qualcun altro)

Intendiamoci: non c’è nulla di scandaloso. L’editoria è anche un’industria, e le industrie seguono le logiche di mercato. Ma se siete qui perché avete scritto qualcosa di cui andate davvero fieri, vale la pena esplorare strade più adatte a voi.

Le piccole case editrici: dove accadono le cose vere

Ecco il paradosso dell’editoria italiana: le case editrici più aperte alle novità, le più disposte a rischiare, le più attente alla qualità letteraria pura sono spesso le più piccole. Quelle con un catalogo di trenta titoli l’anno, non trecento. Quelle dove l’editore conosce il nome dei suoi autori, non gestisce un database.
Le piccole case editrici cercano attivamente buoni manoscritti. Leggono le proposte. Rispondono — qualcuno persino in tempi ragionevoli, un miracolo nel settore. Costruiscono con gli autori un rapporto fatto di cura editoriale vera, non di comunicati stampa.
Certo, la distribuzione è più limitata, le tirature più contenute, le royalty non vi permetteranno di comprare una villa in Sardegna. Ma la domanda è: perché volete pubblicare?

La verità che nessuno vuole sentire: scrivere non si guadagna

Mettiamolo nero su bianco, senza giri di parole: scrivere è quasi sempre un’attività in perdita economica. Non per tutti, certo — ma per la stragrande maggioranza degli autori pubblicati in Italia, i guadagni non coprono nemmeno le ore investite nel manoscritto.
Un contratto con una piccola casa editrice prevede in genere royalty tra il 6% e il 10% sul prezzo di copertina. Su un libro da 15 euro, sono circa 1–1,50 euro a copia. Se vendete 300 copie — già un ottimo risultato per un esordiente — avete guadagnato 300–450 euro lordi. In due o tre anni di scrittura.
Se pubblicate per diventare ricchi, avete sbagliato mestiere. Se pubblicate perché avete qualcosa da dire, qualcosa da lasciare, qualcosa da condividere con chi ama leggere — allora siete nel posto giusto.
Scrivere ha senso quando nasce da amore per le parole, da passione per la lettura, da un bisogno autentico di raccontare. La letteratura non è un investimento finanziario: è un atto di fede verso i lettori. E come tutti gli atti di fede, richiede gratuità.

Detto questo — e proprio per questo — vale la pena che il vostro manoscritto sia il migliore possibile. Perché se pubblicate per passione, quella passione merita di essere rappresentata nel modo più limpido.

Il manoscritto merita di splendere

Un buon manoscritto è come un diamante grezzo: il valore è già lì, ma ha bisogno di qualcuno che lo tagli, lo sgrossi e lo lucidi. Mi occupo esattamente di questo: leggere il vostro testo con occhi freschi e professionali, individuare le imperfezioni che l’autore non vede più dopo la centesima rilettura, migliorare il flusso narrativo, affinare lo stile, correggere le incongruenze.
Non scrivo al posto vostro. Non cambio la vostra voce. Tolgo le impurità, raffino la struttura, rendo il manoscritto presentabile a un editore — e, soprattutto, degno dei lettori che lo aspettano.
Mi occupo di indirizzarvi verso le case editrici che ritengo possano essere interessate al vostro romanzo, saggio, raccolta di poesie. Non vi prometto la pubblicazione, vi prometto aiuto.

Perché se avete qualcosa da dire, vale la pena dirlo bene.

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