Ho appena mandato in quel paese un probabile cliente. Quel paese che, nella mia immaginazione, si trova sperduto su impervie montagne, infestato da irti gineprai, raggiungibile solo dopo ore di cammino tra rovi e nebbia fitta. Non è il primo che ci mando, e non sarà l’ultimo. Ma questa volta mi è rimasta voglia di raccontarla.
È andata più o meno così.
Il cliente mi chiede:
«Prima di affidare la scrittura del mio romanzo a lei, vorrei avere qualche esempio dei suoi lavori. Che libri ha scritto e per chi?»
«Non posso darle i nomi».
«Perché?»
«Perché, come dice il nome stesso, il ghostwriter è una figura invisibile. Sarebbe contento lei, signor Pinco Pallino, se un giorno si venisse a sapere che il suo libro è stato scritto da me?»
«E chi dovrebbe venirlo a sapere?»
Qui ho avuto la netta impressione di trovarmi a dialogare con qualcuno che non arriva a cento.
«Potrebbe venirlo a sapere un altro come lei, che mi fa la sua stessa domanda».
Silenzio.
«Ah, ho capito. Ma come faccio a sapere se lei è capace di scrivere? Sa, qui sono buoni tutti a parlare. Voglio dire: io sono un costruttore e prima di affidare un progetto a un architetto mi informo, guardo cosa ha realizzato, mi faccio un’idea».
«Capisco. Allora clicchi sulla voce di menù Cosa ho scritto e vedrà i romanzi che ho pubblicato, tutti con case editrici non a pagamento, quindi passati attraverso una selezione. E potrà vedere anche i premi che ho vinto».
«Non può mandarmene una copia, di un libro qualsiasi?»
Un libro qualsiasi. Già cominciavo ad avere le idee più chiare sul tipo.
«Mi dispiace, no. Io non vendo libri, li scrivo».
Silenzio. Qualche borbottio. Sembrava di essere nella tana di uno scoiattolo particolarmente indaffarato e confuso.
«Ma per il pagamento?»
«Un terzo all’inizio, un terzo a metà, un terzo alla fine. O se preferisce, in comode rate mensili, come quando acquista un televisore o l’automobile».
«Non lo so, ho qualche dubbio. Vorrei prima vedere qualche esempio».
«Se vuole, può raccontarmi di cosa vuole parlare e io le scrivo il primo capitolo, a titolo dimostrativo».
«Sì, cioè no… poi magari la mia idea va in giro».
A quel punto ho capito che non c’era molto altro da aggiungere.
«Bene, signor Pinco Pallino. La ringrazio per l’attenzione. Ci pensi».
E così, mentalmente, l’ho mandato in quel paese, dove nel frattempo si sono aggiunti anche la pioggia, la grandine, il gelo e il caldo afoso, tutti insieme, senza possibilità di appello.
Perché il mestiere del ghostwriter si fonda su una sola cosa, prima ancora della bravura, prima ancora del prezzo, prima ancora di qualsiasi contratto: la fiducia. Reciproca. Se un cliente ti chiede di tradire la fiducia di chi hai già aiutato, pur di guadagnarne la sua, allora il rapporto è già compromesso in partenza. E un romanzo scritto senza fiducia, credetemi, si sente. In ogni riga.
Se manca quella, è meglio non iniziare nemmeno. Per entrambi.
(ad ogni modo, pur trovandosi là, sulle cime innevate, piene di lupi, orsi polari, toh, c’è anche lo Yeti, il cliente mi ha di nuovo scritto. È disposto a lasciarmi il 70 per cento dei diritti se scrivo la sua storia e la pubblico a nome mio)