Durante PLPL25 ho assistito a una presentazione che, più di altre, mi ha dato spunti di riflessione. Era l’incontro con Lars Elling riguardo al suo libro I principi dello stagno Finn, edito da 21lettere. Elling è un pittore, un artista visivo. Eppure, durante il periodo del Covid — quando spostarsi, esporre e incontrare il pubblico era diventato impossibile — ha iniziato a scrivere. Lo ha fatto seriamente, spinto da una necessità profonda.
La sua storia rappresenta un esempio prezioso. In quegli anni moltissime persone si sono avvicinate alla scrittura: diari quotidiani, appunti sparsi, poesie o romanzi rimasti in sospeso. Scrivere è servito a restare in piedi, a dare una forma al tempo fermo e alla solitudine. In quel periodo si è verificata anche un’impennata negli acquisti di libri. Un mio amico, che vende volumi usati online, mi ha raccontato di aver raggiunto vendite record proprio allora.
Leggevamo e scrivevamo per respirare.
Ora però il tempo è passato. La vita ha ripreso a correre. E la domanda resta lì, un po’ scomoda: che ne facciamo di quei diari, di quegli abbozzi di romanzo, di quelle poesie?
Rileggerli può essere difficile. Quei testi possono sembrare ingenui, carichi di paure ormai lontane, persino banali. Facciamo fatica a riconoscerci in quella voce e spesso preferiamo dimenticare.
Personalmente, pur nel massimo rispetto per il dolore collettivo di quegli anni, conservo un ricordo molto dolce di quel tempo. Ho avuto la fortuna di trascorrerlo in una casa con un giardino e, per la prima volta, mi sono sentito davvero padrone delle mie giornate. C’era una strana, inedita serenità nel potersi dedicare agli affetti e a sé stessi senza il peso di dover correre altrove; quel sollievo profondo di restare a casa tutto il giorno senza sentirsi mai in colpa verso il mondo fuori.
Ogni epoca lascia tracce. Non tutte sono destinate ai manuali di storia, ma questo non le rende inutili. La scrittura nata in quei mesi bui è una testimonianza, anche quando è imperfetta. Anzi: proprio l’imperfezione la rende vera. È qualcosa di autentico e vero, che aspetta solo di essere ritrovato per poter essere tramandato.
Qui entra in gioco il lavoro editoriale. Scrivere non significa automaticamente pubblicare, ma rileggere, rivedere, capire cosa vale la pena salvare, quello sì.Un diario può diventare un memoir. Un romanzo confuso può trovare una struttura. Una poesia acerba può essere riscritta, asciugata, portata al suo nucleo essenziale per darle una forma che regga nel tempo.
Elling, partendo da un altro linguaggio artistico, ha dimostrato che la scrittura non è un territorio riservato a pochi eletti. Molti di noi, senza saperlo, hanno fatto lo stesso percorso. E pensateci: non abbiamo iniziato tutti, da piccoli, pasticciando con le dita, poi con delle matite, fino ad imparare a scrivere?
Se hai un testo chiuso in un cassetto dal 2020, tiralo fuori. Non giudicarlo severamente. Chiedigli cosa vuole diventare oggi. La scrittura non è mai definitiva: è dialogo e riscrittura. Forse, proprio adesso che il mondo è tornato a fare rumore, quelle parole scritte nel silenzio hanno qualcosa di importante da dirci.
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