Ultimamente mi scrivono in tanti. C’è chi vuole una correzione di bozze, chi un editing serio, chi cerca una lettura professionale e chi, semplicemente, un parere sul proprio manoscritto. Tutti — ma proprio tutti — hanno un sogno in comune: il successo.
E allora io, con la mia solita calma zen (quella che si conquista dopo la terza revisione della stessa pagina), faccio la domanda delle domande:
“Qualificami e quantificami il successo.”
Già, perché mica è chiaro. Per qualcuno, successo vuol dire vedere il proprio libro in libreria — magari sullo scaffale “consigliati dal libraio” accanto a Murakami. Per altri, è il supermercato: vogliono essere tra i libri impilati tra le piadine e lo shampoo antiforfora. E poi ci sono i sognatori hard-core: quelli che puntano al film, alla serie TV, al Premio Strega, a essere sulla bocca di tutti.
E io lì, con delicatezza (ma neanche troppa), sono costretto a spiegare che no, non posso garantire nulla di tutto ciò. Posso aiutarti a rendere il testo il migliore possibile, certo. Posso lavorare sulla coerenza, sul ritmo, sul tono. Ma il successo? Quello no. Il successo è una bestia strana, capricciosa, spesso ingiusta e soprattutto imprevedibile.
Perché anche se il romanzo è bello, geniale, unico… c’è una verità che pochi vogliono sentire:
è praticamente impossibile per un esordiente entrare in libreria. Figurarsi nei supermercati. O in un film. Il massimo del successo che posso prevedere per qualsiasi aspirante scrittore è quello di vedere il proprio libro stampato; forse, e sottolineo forse, presente in qualche libreria indipendente. Prevedo che possa tenere qualche presentazione, un’intervista, alcuni trafiletti sui quotidiani locali. Tutto il resto (libreria di catena, supermercato, comparsate in TV, premi, film, ecc.) consiglio sempre di scordarselo.
Quando abbiamo iniziato a idolatrare il successo?
Quand’è che abbiamo iniziato a pensare che chi scrive un libro debba per forza sfondare? Dove nasce questa convinzione che, siccome hai scritto un romanzo, allora sia automaticamente una genialata? Chi l’ha detto che scrivere un romanzo sia un punto di svolta, qualcosa che ti cambia la vita?
A volte ricevo email in cui l’autore, titubante, non vuole inviarmi tutto il testo “perché non si fida”, teme che io gli “freghi l’idea”. Altri mi chiedono:
“Come tuteliamo entrambi? Mi assicura che il manoscritto resterà riservato?”
Addirittura, ci sono quelli che vorrebbero fare la correzione di bozze o l’editing fianco a fianco, sul manoscritto cartaceo che l’autore terrà strettamente con sé.
E io, con pazienza certosina, spiego che no, non rubo idee. Che abbiamo uno scambio di mail, quindi c’è una tracciabilità. Che ho già il mio cassetto pieno di progetti che aspettano, scritture ferme, scritture in corso, idee per nuovi romanzi.
Quando l’interlocutore non capisce, aggiungo che impadronirmi dello scritto di qualcun altro sarebbe come indossare le sue mutande sporche. In ogni caso, se anche questo non risultasse convincente, ripeto che tutto è già stato scritto, cambia solo il modo di raccontarlo. Al mondo siamo in 8.142 miliardi di persone, il tasso di alfabetizzazione è di circa l’87 per cento, il che significa che circa 7.3 miliardi di persone sono in grado di scrivere. E vuoi dirmi che nessuno di questi ha avuto la tua stessa genialata?
La realtà economica: percentuali d’autore e sostenibilità editoriale
E questo “reality check” non si ferma all’imprevedibilità del mercato o alla paura di essere “fregati”, ma si scontra anche con affermazioni trite e ritrite sul mondo editoriale. Spesso mi trovo a dover difendere le case editrici dalle lamentele degli aspiranti autori, che si concentrano soprattutto su due punti:
- “Eh, con quello che costa il libro all’autore danno appena il 10 per cento, è una vergogna. Per questo scelgo il self publishing”.
- “Quello che proprio non sopporto è il fatto che non rispondono o non ti spiegano perché il romanzo non è accettabile. Potrebbero almeno spiegarmene il motivo”.
Ogni volta, mi trovo a dettagliare come funziona il costo di copertina e quali sono le briciole che restano in mano all’editore. Spiego che il famoso 10 per cento (che spesso è meno) è una percentuale calcolata sul prezzo di copertina al netto dell’IVA. Ma prima che arrivi all’autore, la maggior parte di quel prezzo se ne va in: distribuzione e promozione (la fetta più grossa, dal 50% al 60%), stampa, carta, editing, grafica e correzione bozze. Alla fine, il profitto netto per l’editore — soprattutto per i piccoli e medi — è spesso davvero esiguo.
E per quanto riguarda la mancanza di risposte e la richiesta di una valutazione dettagliata, spiego pure perché una casa editrice che riceve ottocento-novecento manoscritti all’anno non ha la possibilità materiale di leggerli tutti e regalare una scheda con pregi e difetti. Sarebbe un lavoro a tempo pieno per diverse persone, un costo insostenibile per la maggior parte del settore, compromettendo la sua stessa sostenibilità editoriale. Non è indifferenza: è pura, schietta, gestione aziendale.
Il vero “reality check”
Ma torniamo al punto: il successo.
Ogni giorno, in Italia, escono 280 titoli. Al giorno. Capite? È un oceano. Un mare pieno di gente che sguazza senza sapere nuotare. Che scrive, ma non legge. Perché sì, questa è la verità che nessuno vuole ammettere: chi sogna il successo, spesso, non legge.
E allora il mio lavoro diventa anche questo: un piccolo reality check. Un invito alla concretezza. Un abbraccio ironico ma sincero a chi vuole provarci, ma con i piedi per terra.
Sì, posso aiutarti a rendere il tuo testo più forte, più chiaro, più vero.
Ma no, non ti prometterò mai il successo.
Perché quello, se arriva, è un colpo di fortuna. E magari arriva proprio quando hai smesso di cercarlo.
Concordo pienamente 👏
Grazie 🙂
Ho esordito 15 anni fa, pubblicato una decina di romanzi e no, non sono diventata famosa. Insomma niente successo planetario ma tanti piccoli successi messi in fila accanto a giorni neri di frustrazione, che a lungo hanno prevalso, poi non so, sarà la maturità, o un’altra parola che inizia per M poco felice, e ho smesso, no, non di scrivere ma di cercare quel successo lì e tutto ha cominciato a splendere sul serio, vorrei esserci arrivata prima, ma il banale meglio tardi che mai rende l’idea. Finalmente però qualcuno che dice le cose come stanno: il peso che ha l’elemento fortuna. Grazie.
Quello è importante, non smettere di scrivere e provare piacere a farlo. Tutto il resto è mercato