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Scrivere un libro con l’intelligenza artificiale: tra scorciatoie e veri rischi

In rete è pieno di tutorial, corsi, video motivazionali e guru dell’ultima ora che ti promettono miracoli: “Scrivi un libro in un’ora con l’IA!”, “Pubblica su Amazon e guadagna subito!”, “Diventa autore bestseller in 3 click!”. Tutto bellissimo, tutto facile. Ma è davvero così?

C’è chi dice che l’intelligenza artificiale fa (o farà) paura agli scrittori, perché rischiano di perdere il lavoro. Ma quale lavoro, esattamente? Chi ama davvero scrivere continuerà a farlo. Perché scrivere non è solo mettere parole in fila: è sentire crescere una storia, è scoprire un personaggio, è realizzare che Clelia, che doveva essere una vittima, in realtà è l’assassina. Scrivere è affrontare la pagina bianca e magari anche amarla un po’.

Si scrive anche mentre si cammina, in sala d’attesa o addirittura a letto, prima di prendere sonno. Succede di scrivere quando si è in compagnia di altra gente, immaginare situazioni, personaggi, ed essere richiamato al presente da chi ci sta vicino.

Scrivere dà un piacere anche fisico, nelle dita, che danzano sulla tastiera o svolazzano sul foglio.

Chi invece cerca la scorciatoia, chi si affida a ChatGPT per sfornare romanzi usa e getta, può anche farlo. Contento lui, contenti tutti. È un po’ come un ciclista dopato: magari arriva primo, ma che gusto c’è davvero? È come percorrere il cammino di Santiago di Compostela facendosi aiutare da qualche corsa in autobus, o salire sull’Everest con l’elicottero, spiattellare come propri gli spaghetti allo scoglio fuoriusciti dalla busta surgelata.
Me lo chiedo, e senza giudicare: che gusto ci si trova?

Il vero pericolo, però, è un altro. È quella che è stata definita “mediocrità accettabile”: il rischio che ci si abitui a contenuti mediocri, scritti in fretta, tutti uguali, senza anima. Testi facili da produrre, economici da comprare, ma sempre più poveri. E questo riguarda sia chi scrive, sia chi legge. Questo fenomeno lo si riscontra già, non solo nei quotidiani online ma anche in quelli stampati: gli articoli sono pieni di ripetizioni, sembra quasi che in qualche modo si sia voluto coprire un certo numero di battute. Altrimenti non si spiegano articoli come questo, uno a caso: Quante scosse ha preso il povero prete?

E dirò di più: finora, nei manoscritti che ricevo, se una persona ha usato ChatGPT lo capisco subito. È lampante. La mediocrità è servita: frasi fatte, accostamenti improbabili, avverbi inutili e sorrisi sparsi come il concime ad aprile. Le solite formule, i soliti toni zuccherosi, le stesse identiche espressioni che si trovano in decine di altri testi generati con l’IA. Non serve neanche cercare: saltano agli occhi.

Qualche esempio?

La sera cala lenta, come un velo di seta che accarezza ogni cosa con dolcezza. Il cielo si tinge di sfumature cobalto e arancio, mentre le ultime luci del giorno si spengono piano, quasi timide. (I testi Ai sono sempre pieni di metafore e tramonti sfolgoranti)

La luce del tramonto filtrava dalle tende leggere del soggiorno, disegnando strisce dorate sul pavimento. (Nei testi IA la luce filtra sempre in qualche modo e immancabilmente disegna strisce sulla tavola o sul pavimento. È una grande artista la luce).

L’uomo abbassò lo sguardo, prendendo un respiro profondo. (I testi IA sono sempre pieni di gente che abbassa lo sguardo. Talvolta lo abbassa così tanto che rischia di finire sotto le mattonelle).

«Lo so, piccola mia.» Le passò una mano tra i capelli con dolcezza. (Così come sono pieni di persone che si passano la mano fra i capelli, anche se sono calve).

C’erano sguardi distratti, mani intrecciate, qualcuno che giocherellava con una penna o tamburellava con le dita sul ginocchio. (tutti con le mano intrecciate, tremanti, strette al bordo del tavolo).

Si sente oppresso da un senso di sconfitta, dall’altro, dentro di sé, sente nascere una determinazione silenziosa (determinazione è uno dei termini più abusati. Sono tutti determinati i personaggi IA).

Quello che dico a tutti è: “Probabilmente, il settanta per cento delle persone non se ne accorge. Ma questo settanta per cento corrisponde alla percentuale di italiani che leggono a malapena un libro all’anno e quindi facilmente avvicinabili alla ‘mediocrità accettabile’, perché non hanno riferimenti, parametri, mezzi di confronto per valutare un testo.”

Il restante trenta percento, forse non tutto, leggendo il romanzo scritto con l’intelligenza artificiale, specialmente se non è stato rivisto, rieditato da un umano, dopo poche pagine chiuderà il libro disgustato.

Scrivere con l’IA può essere uno strumento utile, se usato con consapevolezza. Ma non può sostituire la voce autentica di un autore, la cura per ogni frase, la gioia di inventare. Se ci arrendiamo alla scorciatoia, perdiamo il senso stesso della scrittura.

Se vuoi confrontarti sul tuo romanzo scritto con l’Intelligenza Artificiale, condividere dubbi o ricevere un’opinione personale, scrivimi. Sono sempre felice di leggere e discutere di scrittura con chi condivide questa passione.

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Grazie per la risposta. ✨

4 pensieri su “Scrivere un libro con l’intelligenza artificiale: tra scorciatoie e veri rischi”

  1. Ciao! Ti seguo da un po’ e questo articolo mi ha colpito, tanto da spingermi finalmente a scriverti.

    Hai perfettamente ragione su molti punti: la scrittura, quella vera, è vissuta, intima, un’esperienza personale. Ma penso anche che ci siano motivazioni diverse dietro l’uso delle IA, e non sempre è solo pigrizia o voglia di “vincere facile”.

    La tua metafora dell’Everest è chiara: scrivere è un’impresa, e arrivarci in elicottero sembra svilente. Ma anche l’elicottero ha la sua storia. Dipende da cosa cerchi: l’impresa o il panorama?

    Frequento ambienti di gaming online, spesso tossici e ipercompetitivi. Ci sono regole, limiti, eppure molti usano scorciatoie al limite del lecito per “vincere”. Non perché ignorino le regole, ma perché per loro conta solo il podio, non la gara.

    Non li giustifico, ma li osservo con curiosità. Come il ciclista dopato, non cercano la bellezza dello sport, ma il risultato. È lo stesso discorso per chi pubblica con ChatGPT: certo, ora chiunque può stampare un libro. Ma questo non fa di tutti degli scrittori. E confrontare un libro generato da IA con un manoscritto frutto di mesi e anni di lavoro… è quasi offensivo.

    Eppure, anche quei libri “facili” richiedono competenze: scegliere le categorie giuste, studiare le keyword, curare la struttura. Non basta dire “fammi un libro di ricette” e aspettarsi soldi facili.

    Sono prodotti diversi, con obiettivi diversi. La mediocrità non sta nello strumento, ma nel fine. Il vero problema, forse, è che il mercato premia il volume, non il valore. Un best seller non è sempre un bel libro. È solo un libro che vende.

    Quindi se il tizio in elicottero guadagna quanto chi ha scalato a piedi, forse il problema non è lui, ma chi vende l’illusione che l’unico valore sia arrivare in cima, non come ci arrivi.

    Onore a chi scrive davvero, resistendo alla corrente. Chi cerca emozioni autentiche, chi ama leggere e scrivere per davvero, continuerà sempre a riconoscere e a scegliere la differenza della passione intrisa nelle le parole.

    Quanto al “si vede che è scritto con l’IA”, dipende. Alcune IA scrivono cose sorprendenti. E anche noi umani facciamo errori, ripetizioni, frasi vuote. Le IA sono strumenti, acceleratori. Non sostituiranno i professionisti, ma possono potenziarli. E il futuro, secondo me, sta proprio lì: nell’unione, non nell’opposizione.

    1. Grazie per il commento 🙂 Come ho detto, io non giudico, non disprezzo chi sale sull’Everest in elicottero, chi si dopa o chi scrive un romanzo con Chat GPT. Sono affari loro. Solamente mi interrogo, mi chiedo perché. Se sali per il panorama, ok. Nel caso del ciclista dopato o nel finto scrittore il motivo cambia. Lì si tratta di altro: insicurezza? Incapacità? Mancanza di identità? Oppure mancanza delle basi, della tecnica, della pazienza, del talento, ecc. Le AI scrivono cose sorprendenti, è vero, ma se non le educhi, se non rileggi quanto hanno scritto, ottieni sempre qualcosa privo di anima. Va bene per un documento tecnico, forse per un articolo di cronaca, ma per un romanzo è ancora difficile. O meglio, se poi non ci metti mano, se non trasformi quella scocca e quel motore con un allestimento personale, allora rimane sempre qualcosa che non trasmette niente. Ma ripeto, quello che mi disturba non è questo ma il fatto che ci si abitua alla mediocrità. Un po’ alla volta gli occhi, la mente, l’educazione, la passione si abitua a questo livello di contenuti e non ci si fa più caso

  2. Bello il tuo articolo, complimenti davvero.
    Una mia riflessione che in parte tu riprendi, credo che moltissime persone amino scrivere, per raccontare, anche per comunicare e se immaginano personaggi e magari un racconto non credo che la spinta iniziale sia quella di diventare ricchi e famosi.
    Penso che la creatività vera che ancora è presente solo nella mente umana abbia una sua spontaneità e prescinde dal successo.
    Molti scrittori e poeti che possiedono grandi capacità immaginifiche e descrittive, li incontri e regalano gioielli , spesso non sono famosi.
    Grazie davvero 🌟

    1. Sono d’accordo. Credo che chi usa l’intelligenza artificiale miri invece al successo, come prima cosa. Al contrario, per chi ama scrivere, inventare, creare, il successo passa in secondo piano, o è una piacevola coincidenza

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