Nell’ottobre del 2023, in un’intervista data a La Repubblica, Catherine Dunne disse:
«Sono sempre stata convinta che chi scrive narrativa non scelga le proprie storie: anzi, sono le storie a sceglierci. Raramente ho iniziato un romanzo con un’intenzione ben precisa. Nelle prime fasi a volte sento una storia pungolarmi finché non mi decido a mettere qualcosa su carta. Oppure mi imbatto in un bambino, un adolescente, un uomo o una donna, e lentamente la vita che immagino per loro comincia a rivelarsi, a insediarsi in uno spazio creativo interiore già pronto ad accoglierla; un luogo circondato dal silenzio.
Perché scrivere storie viene da dentro – che non significa dire che tutta la scrittura è autobiografica. Mi viene da uno spazio interiore: uno spazio che ho cominciato a riconoscere ogni volta che ci entro, anche se non so mai cosa ci troverò.
La storia mi si rivela solo quando intraprendo l’azione della scrittura. Azione che implica trasformazione. La trasformazione di ciò che è ordinario in qualcosa di magico; qualcosa che attira chi legge e chi scrive, e intesse un incantesimo unico coinvolgendoli entrambi nel processo.
È anche importante capire che l’arte della narrazione è qualcosa di organico. Un’idea porta a un’altra; un sentiero si biforca all’improvviso in un altro, cambiando la direzione di chi scrive. Come ha detto E.L Doctorow: “Scrivere è come guidare di notte in mezzo alla nebbia. Puoi vedere solo fin dove arriva la luce dei fari, ma puoi viaggiare in questo modo fino in fondo”.»
Nella citazione di Edgar Lawrence Doctorow, tutti coloro che si avventurano nel mondo della scrittura ci si possono rispecchiare: scrivere è un’avventura, un’impresa che conduce alla scoperta e alla creazione di un testo.
Quando iniziamo a scrivere, spesso lo facciamo senza avere una mappa chiara o una destinazione precisa. Il punto di partenza può essere l’ispirazione più vaga, una parola, una frase, una riflessione. Ma il percorso che intraprendiamo scrivendo è sempre un viaggio nell’ignoto. In questo “vuoto” iniziale, il vero atto creativo prende forma: è nella pratica e nell’esplorazione che lo scrittore scopre il mondo che vuole raccontare.
A grandi linee, ci sono due tipi di scrittore.
- Il primo tipo è il grande stratega della parola scritta. Non si siede davanti alla tastiera senza un piano d’azione degno di una campagna militare. Ha una scaletta dettagliata che potrebbe tranquillamente essere venduta come un corso di scrittura creativa. Ogni capitolo è già ben definito, ogni personaggio ha una biografia più dettagliata di quella di certi politici, e persino la tenda nella scena del campeggio ha un suo arco narrativo. Questo approccio, simile a quello di un architetto che disegna i piani prima di costruire un edificio, garantisce ordine e coerenza… almeno fino a quando la trama non decide di ribellarsi. Tuttavia, a mio parere, una grande strategia spesso porta a privare il romanzo di anima, sentimento, empatia.
- Il secondo tipo di scrittore, invece, è l’equivalente letterario di un esploratore senza bussola. Parte con un’idea vaga, un’intuizione, magari solo una frase buttata lì, e si lascia trascinare dal flusso della scrittura. Ogni svolta della storia è una sorpresa, e il romanzo stesso sembra scriversi da solo. Certo, questo metodo può portare a rivelazioni geniali… o a catastrofi narrative da far impallidire il Titanic. Il rischio? Ritrovarsi, dopo 200 pagine, con un personaggio principale che non si sa più come far uscire di scena e un mistero che nemmeno l’autore riesce a risolvere.
Entrambi gli approcci hanno i loro punti di forza e di debolezza: il primo garantisce una maggiore organizzazione, mentre il secondo permette una maggiore flessibilità creativa.
Personalmente, una volta ho tentato il primo approccio. Stilai una scaletta così dettagliata che pareva quasi già un romanzo, oltre settanta pagine. Per ogni capitolo scrissi in cinque righe quello che doveva succedere. Alla fine fui soddisfatto, non mi restava che mettermi all’opera, “sarà una passeggiata” pensai. Invece, dopo appena una decina di capitoli mi arresi. La storia già la conoscevo, nella mia testa si era già proiettato il film, ogni entusiasmo si era perso. E quindi mi dissi: mai più.
E quindi ho “imparato” il mio metodo: a braccio, senza bussola scrivo metà o tre quarti del romanzo e quando sono a questo punto della navigazione accendo i fari e cerco la strada che mi porta fuori dal bosco.