Quando ero piccolo, specie durante la stagione estiva, io e mio cugino andavamo a trovare i nonni, proprio in questa casa nella quale vivo. Talvolta percorrevamo i nove chilometri di distanza con la corsa, attraversando i campi e la ferrovia, altre volte in bicicletta. Sapevamo che ci avrebbe atteso una buonissima focaccia all’erba madre. Ci sentivamo tanto come Qui Quo e Qua, durante le loro visite da Nonna Papera.
I miei nonni avevano un giardino trasformato in orto e coltivazione di fiori. Era suddiviso in riquadri con cordoli di cemento e tra gli spazi c’era ghiaino bianco. Era inevitabile la crescita delle erbacce tra questi sassolini, ed era pure inevitabile che i nonni ci chiedessero di aiutarli a fare pulizia. Certo, a volte ci davano anche una piccola mancia, ma era un lavoro noioso togliere l’erbaccia fino alla radice. Come se non bastasse, poi andavamo a fare visita alle sorelle di mia nonna, quattro sorelle zitelle. Pure loro avevano un giardino, per fortuna nostra in gran parte cementificato, ma non potevano essere da meno, pertanto, anche lì dovevamo armarci di guanti, un lungo chiodo, un rastrello e togliere tutto il verde che spuntava.
Però, devo dire che alla fine, sia dai miei nonni, sia dalle prozie, con quella pulizia il giardino era ancora più bello.
Questi ricordi mi sono tornati in mente questa mattina, proprio mentre estirpavo le erbacce che soffocavano la lavanda, l’erba madre, i fiori. Ho ripulito la base dell’olivo e cercato di eliminare tutte le infestanti dai vasi, dalle bordure. Ho tolto l’erba sotto la vigna e il gelsomino. Ci sono tipi di erba che si sono riprodotti a dismisura e nemmeno so cosa siano. Ci sono piante che ho lasciato crescere per curiosità, ormai sono alte più di un metro, e non so cosa siano. Proverò a indagare ma poi le toglierò.
Ora il giardino è in ordine e lo rimarrà per qualche settimana. Tutte le piante danno il meglio di sé, adesso che non sono soffocate. La canna indica tra poco mostrerà tutto il suo rossore, le tagete sembrano piccoli semafori, i girasoli stanno iniziando la salita che li porterà ad essere alti quanto me.
E mentre mi affaccendavo in questi lavori, sotto l’incerto calore di questi primi di giugno, pensavo alla pulizia finale che si fa dopo la stesura di un romanzo. Questa contribuisce a rendere il romanzo ancora più splendido. Nell’eliminare gli elementi indesiderati, sia nel giardino che nel testo scritto, si permette alla vera essenza di emergere, consentendo al romanzo di brillare nella sua massima espressione. E allora via gli avverbi, via tutte le descrizioni inutili, le frasi fatte, i personaggi che non portano nulla alla storia. Togliamo sottotrame superflue o insignificanti, togliamo tutto quello che può oscurare l’essenza stessa del nostro romanzo.
Il lavoro più duro, specialmente quando ti imbatti in una frase bella, ben strutturata eppure sai che devi eliminarla, perché non serve…. 😀
🙂 come i fiorellini selvatici che crescono nel prato. Ad un certo punto devi tagliare l’erba e zac!
Che paragone tristerrimo… sigh sigh :'(
😀
Faticoso eliminare il superfluo ma soddisfacente rileggere una sintesi ben stretta
Proprio così. E poi è questione di abitudine: la prima volta è difficile, la seconda meno, la terza è quasi un piacere
È quando un testo è troppo povero che non ha bisogno di una essere ristretto
Infatti. Io spesso ho avuto il problema opposto: invece di tagliare dovevo concimare
Anche a me è capitato. In “Bologna,” una poesia che ho scritto sulle mie origini sono partita da un testo in brutta particolarmente esteso ma scarso a livello argomentativo e infatti alla prova del 9 ne è venuto fuori un polpettone, http://elenaferrariwriter.school.blog/2023/06/19/bologna/
I polpettoni si fanno con gli avanzi e spesso sono molto saporiti 🙂
Lo utilizzerò volentieri perché ho troppo rispetto del mio tempo, ma non prima di esserci tornata su 😊☺️ un po’ di spezie sul polpettone possono anche insaporirlo
occhi però: troppi sapori confondono il palato
Niente po’ po’ di meno