21 luglio 2024
C’è chi finge di non capire oppure capisce benissimo e cerca di prenderti in giro. (Ancora non l’ho capito).
William, se stai leggendo lo capirai. Lo capirà anche l’eventuale gosthwriter che hai assoldato. Questo è quanto ti avevo scritto e ti ho invitato a non usare, visto che non mi è stato retribuito e non detieni alcuna proprietà intellettuale sul testo creato dalla mia fantasia.
Capitolo 1
I Profumi di Milano
Fred guardava fuori dalla finestra della sua camera, osservando i raggi del sole che giocavano tra i rami dei tigli nel cortile sottostante. Il vetro era appannato e con il dito iniziò a disegnare delle figure, tracciando linee che formavano alberi e case. Mentre disegnava, il calore asciugava gradualmente la superficie, rivelando sempre di più il panorama del quartiere. Le strade erano piene di gente: studenti che tornavano dalle lezioni, mamme con i bambini e anziani che passeggiavano lentamente.
Quei vetri appannati rappresentavano bene il suo turbamento: a otto anni, il futuro gli sembrava ancora un mistero confuso. Da una parte, era attratto dal fratello maggiore Claudio, che con le sue avventure e la sua spavalderia rappresentava un faro che illuminava un mondo di esplorazioni e rischi. Dall’altra parte, Fred era ancorato all’infanzia tramite la sorella più piccola, Julia, con i suoi giochi e la sua innocenza. Julia era per lui un rifugio sicuro in un mondo in continua evoluzione.
«Fred, vuoi giocare con me?» chiese Julia, entrando nella stanza con la sua bambola preferita in mano.
«Va bene» rispose Fred, staccandosi dalla finestra e sedendosi sul tappeto accanto a lei. «A cosa vuoi giocare?».
«Possiamo fare una festa del tè. Aspetta che prendo le altre bambole». Tornò poco dopo con un fustino di detersivo che conteneva bambole di ogni tipo e misura. Julia le dispose in cerchio e Fred la aiutò a preparare la tavola immaginaria, mettendo piattini e tazze invisibili sul tappeto.
Mentre giocavano, la porta di casa si aprì e Fred sentì le voci della madre e di Claudio nell’ingresso. Claudio, che aveva dieci anni, entrò in camera con il suo solito sorriso spavaldo, seguito dalla madre che sembrava leggermente contrariata.
«Ehi, ragazzi!» esclamò Claudio avvicinandosi ai due fratelli. «Indovinate un po’? Oggi ho scavalcato la ringhiera della scuola e sono entrato nella vecchia fabbrica abbandonata. È stato incredibile!».
«Wow, davvero?» chiese Fred, alzando lo sguardo dalle bambole. «E com’era la fabbrica?».
«Era piena di graffiti e c’era un vecchio macchinario arrugginito. C’erano tanti bidoni e attrezzi di ogni genere. Mi sono anche arrampicato su una vecchia scala per vedere il panorama» rispose Claudio con entusiasmo.
La madre, posando la borsa sul tavolo, lo interruppe. «Claudio, ho parlato della tua bravata di oggi con la direttrice scolastica. Non puoi continuare a fare queste cose. Sei di cattivo esempio anche per i tuoi compagni di scuola».
Julia, affascinata dai racconti del fratello maggiore, lo ascoltava con gli occhi spalancati.
«Posso venire con te la prossima volta?».
«Vedremo, piccola» rispose Claudio con un sorriso. «Devi ancora crescere un po’».
La conversazione fu interrotta dalla madre:
«Non se ne parla nemmeno. E tu Claudio, vedi di rigare dritto altrimenti ti inseriamo in una scuola più severa, a tempo piano. Una specie di collegio. Quando tornerà il papà vedremo cosa dice».
Claudio fece spallucce e andò in camera sua. Fred e Julia tornarono a giocare ma l’entusiasmo iniziale era ormai andato perso: le parole di Claudio, quell’accenno alla fabbrica abbandonata e il vecchio macchinario scatenavano l’immaginazione, più di un fantasioso servizio da tè e le impossibili chiacchiere di una decina di bambole disposte in cerchio.
Fred tornò a guardare il paesaggio dalla finestra, con un braccio asciugò il vetro umido ma ormai si era fatto scuro e oltretutto era calata la nebbia: non si vedeva molto e la gente in strada pareva immersa in un fiume lattiginoso.
«Dai Fred, vieni qui. Ora dobbiamo sparecchiare e le signore devono tornare a casa».
Fred aiutò la sorellina a pulire le tazze e rimettere le bambole dentro la scatola. Terminarono giusto in tempo per l’arrivo del padre che rincasava puntualmente dopo le diciotto. Fred e Julia gli andavano sempre incontro perché qualche volta portava a casa dei piccoli regali. Poteva essere un fumetto di Topolino, un quaderno, una penna multicolore oppure anche un oggetto misterioso, del quale loro non capivano nulla ma sapevano che nell’azienda del papà era qualcosa di importante. Questa volta teneva in mano una bottiglia di vino.
«Ragazzi, guardate cosa mi ha regalato un cliente oggi» disse sollevando la bottiglia. «È un vino molto speciale. A cena lo assaggeremo».
Infatti, quella sera, mentre erano tutti seduti a tavola, il padre aprì con cura la bottiglia e versò un po’ di vino in cinque bicchieri. Ne versò solo una goccia per Julia, abbastanza per farle sentire il profumo senza esagerare. A Fred e Claudio ne diede giusto un dito in più mentre per sé e la madre, riempì il bicchiere.
Lei era un po’ contrariata dall’idea di offrire il vino ai bambini.
«Non credi che faccia loro male?» disse rivolta al marito.
«Una goccia di vino non ha mai fatto male a nessuno» replicò lui con un sorriso. «Anzi, tiene lontane le malattie, disinfetta le budella e poi serve per abituare il corpo alle intemperanze dell’età matura».
Scosse la testa, ma non insistette. Conosceva bene il marito e sapeva che quella battuta faceva parte del suo carattere scherzoso e leggero.
«Questo è un Amarone della Valpolicella» spiegò il padre. «Un vino ricco e complesso. Voglio che proviate a riconoscere le note aromatiche. Claudio, inizia tu».
Claudio prese il bicchiere di malavoglia, ci mise dentro il naso, lo assaggiò con la punta della lingua e disse:
«Ciliegia».
Il padre assentì.
«Sì, c’è anche quella ma non è abbastanza. Prova tu, Julia».
Con la sua goccia di vino, imitò il fratello maggiore, guardò il bicchiere contro luce e con ingenuità disse: «Sa di uva!» scatenando una risata generale.
Fred replicò il gesto di Claudio, avvicinò il bicchiere al naso e inspirò. Chiuse gli occhi concentrandosi sugli aromi che percepiva. “Sì, sento la ciliegia ma anche qualcosa simile alla prugna…e poi mi ricorda un dolce e pure l’odore di sigaretta che c’è nello stanzino del bidello”. Non capiva come questi aromi del tutto diversi fra loro potessero stare insieme, ma azzardò e disse:
«Sento la ciliegia, come ha detto Claudio. E poi la prugna, il cioccolato… e un po’ di tabacco».
Il padre sorrise, visibilmente impressionato.
«Perfetto, Fred. Hai colto tutte le note principali. Bravo!».
Al termine della cena, Fred aiutò la madre a sparecchiare. Suo padre gli andò vicino e gli disse:
«Ben fatto, Fred. Hai davvero un buon naso. Con la pratica, diventerai un grande intenditore».
Suo padre Pietro aveva avuto una vita piena di avventure prima di stabilirsi a Milano. Appena laureato, aveva lavorato negli Stati Uniti come ingegnere in una casa automobilistica. Erano stati anni duri ma anche ricchi di soddisfazioni. Fu lì che conobbe Anna, una ragazza di origini italiane, cugina del suo collega Bob. Pietro amava la musica dei motori, mentre Anna preferiva quella degli strumenti. Eppure, insieme trovarono la melodia che li univa, tanto che quando Pietro dovette tornare in Europa, in Germania, lei lo seguì senza esitazione.
Anna aveva sempre avuto un legame speciale con la musica. Fin da piccola, la sua casa era riempita dalle melodie del pianoforte suonato dalla madre e dai canti tradizionali italiani che il padre intonava durante le feste di famiglia. Quando incontrò Pietro, riconobbe in lui una passione simile, anche se rivolta ai motori. La loro era una musica diversa, ma in fondo simile: le loro differenze si intrecciavano armoniosamente, creando una sinfonia unica.
Dopo alcuni anni in Germania, Pietro ricevette una proposta di lavoro in Italia. Anna ne fu entusiasta: tornare nella terra dei suoi genitori era sempre stato un sogno. Si stabilirono a Milano, dove il lavoro di Pietro permetteva loro di condurre una vita agiata. Anna poteva così dedicarsi completamente alla famiglia e alle sue passioni.
Il loro primo figlio, Claudio, nacque poco dopo il trasferimento in Italia. Era un bambino vivace e curioso, sempre alla ricerca di nuove avventure. Aveva dimostrato il suo carattere fin da subito: ad appena otto mesi iniziò a camminare e nel corso del tempo non si era mai curato dei rimproveri, li affrontava sempre con un sorriso impertinente. Due anni dopo nacque Fred, più riflessivo e sensibile, e infine Julia, la piccola di casa, dolce e affettuosa.
Anna trascorreva molto tempo con i suoi figli. Ogni giorno raccontava loro delle storie, leggeva libri e cantava delle romanze. Le serate erano spesso animate da letture ad alta voce e da canti che riempivano la casa di una calda atmosfera familiare. Pietro, nonostante gli impegni lavorativi, trovava sempre il tempo per partecipare a questi momenti, condividendo con i figli la sua passione per il vino e la musica dei motori.
Fred amava particolarmente i racconti del padre sugli anni americani, delle serate passate con i colleghi a discutere di motori e innovazioni, e delle giornate trascorse con Anna, scoprendo insieme la città. Di solito, dopo cena, seduti in salotto, il padre raccontava qualcuna delle sue avventure ma talvolta si lasciava prendere da altri episodi.
«Anna, ti ricordi il primo concerto a cui andammo insieme?» disse quella sera. Teneva in mano un altro bicchiere colmo di vino e lo centellinava a piccoli sorsi.
«Continui a ricordare sempre quello» lo canzonava Anna. «Possibile che non ricordi altro?».
«Cosa ci vuoi fare? Per me è un ricordo indelebile. Era una serata estiva e il parco era pieno di gente. La musica riempiva l’aria e noi ci tenemmo per mano, sapendo che quella era solo la prima di molte avventure insieme».
Anche gli occhi di Anna brillavano di ricordi, mentre i bambini sbuffavano perché quella era una storia che avevano sentito numerose volte e preferivano ascoltare dell’altro.
«È stato un periodo meraviglioso. E sono felice che siamo riusciti a costruire la nostra vita qui, in Italia» continuò Anna.
Tuttavia, il più felice di queste chiacchiere era Claudio: se passava ancora un po’ di tempo veniva ora di andare a nanna e non avrebbe subito alcun rimprovero per la bravata compiuta a scuola, almeno non quella sera.
Fred tornò a guardare dalla finestra: ora non si vedeva proprio nulla, tranne un chiarore diffuso originato dalla luce dei lampioni e spalmato dalla nebbia.
«Su, avanti, è ora di andare a letto» disse il padre.
Claudio andò di corsa in camera sua: pericolo scampato.
Julia, assonnata, si lasciò prendere in braccio dalla madre.
Fred diede un ultimo sguardo al nulla dietro la finestra. Dentro di sé sentiva che un giorno tutti i dubbi si sarebbero dissolti come la nebbia e che la città, con i profumi, suoni e colori, sarebbe stata il teatro perfetto per i suoi sogni e ambizioni.
Sul vetro appannato, con l’indice scrisse il proprio nome, poi anche lui andò in camera.